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Nicola Marco Camedda

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Arma Infero - Fabio Carta
Intervista a Fabio Carta, appassionato di Fantascienza e dei classici della letteratura, autore della saga fantascientifica "Arma Infero".

Da oggi è ospite nello "Spazio Autori", Fabio Carta, autore della saga fantascientifica intitolata "Arma Infero".
Di seguito, sono lieto di proporvi l'intervista, per conoscere meglio l'autore, i suoi lavori e il suo pensiero. Buona lettura e... condividete.



Fabio Carta

Intervista


1) Ciao Fabio, raccontaci del tuo percorso come scrittore, cosa ti ha spinto a iniziare questa esperienza?

Ciao e grazie a te per avermi dato questa possibilità. Per rispondere alla tua domanda potrei scomodare il luogo comune di chi ha sempre saputo e voluto fare lo scrittore, magari fin da piccolo. La verità è che ho sempre tenuto allenata la fantasia, ma non ho mai creduto che sarei riuscito a trovare il coraggio di concretizzare e, soprattutto, sottoporre al vaglio di un pubblico quanto da me creato. Retrospettivamente, tutta la mia esperienza, se così si può chiamare, mi appare come il frutto del caso. Un lavoro concluso senza troppa convinzione, dopo tanti tentativi abortiti, poi un fortunato riscontro. Il resto è venuto da sé. Da parte mia ho messo solo l’ostinazione a voler concludere, come ho detto, almeno una volta qualcosa di quanto avevo abbozzato o cominciato. Cosa mi ha spinto, quindi? Ostinazione, una punta di orgoglio, e tanta fortuna. Tutto qui.


2) Come nasce la tua passione verso la Fantascienza? E soprattutto... perché Fantascienza? Quali sono le tue maggiori influenze in ambito fantascientifico? (Non solo dal punto di vista letterario, ma anche visivo).

Non sono un patito bibliofilo della fantascienza, né un cineasta. Sono un vago onnivoro del genere, legato più a cliché iconografici e surrogati commerciali dei veri classici. Per me la fantascienza è stata più fumetto (tempo fa), cartoni animati (tanto tempo fa), ma anche libri, certamente. E poi film, serie TV oppure videogiochi, tanti videogiochi. Queste ultime cose continuano ancora a stimolarmi non poco, anche se ormai cerco qualcosa di più maturo, meno “action” e scontato in quanto troppo spesso si offre. Ma dico: avete visto “Tales from the Loop”? Beh, quella è fantascienza che vorrei saper scrivere.


3) Raccontaci di "Arma Infero". Come nasce l'idea alla base di questa saga? Quali sono i principali temi affrontati?

Sarò sincero con te. Dopo diverse interviste in cui ho cercato di darmi un tono “letterario” o quantomeno profondo, ammetto che Arma Infero è stato un gioco, e da un gioco ha preso ispirazione. Da un videogioco, per la precisione: “Dawn of war”, dell’universo Warhammer 40.000. Correva l’anno 2007 o giù di lì e, affascinato da quella grafica oggi approssimativa, ma allora magnifica, da quelle musiche, da quelle ambientazioni, ebbene ho preso una nuova ispirazione. Ho quindi afferrato la mia vecchia “lore”, da cui avevo già tratto un paio di racconti approssimativi e un aborto di romanzo, e ho buttato tutto nel ces… tino. E ho ricominciato. Temi trattati, chiedi? La guerra, ovviamente, non nella versione apologetica e formativa alla Heinlein, per così dire, né pacifista (bibliografia sterminata, fate voi) ma più che altro come tradimento culturale personale, insito nelle cretinate pseudofasciste che venivano e vengono propinate dalla subcultura di massa, machista e virilista, a noi poveri maschietti di misera estrazione sociale. Ho dato voce al conflitto interiore, come al senso di colpa, di un sottoproletariato ignorante e rozzo che arranca per elevarsi e diventare più chic e borghese, ma che nel proprio cuore sogna la gloria militarista dell’aristocrazia. Tutte categorie, ovviamente, idealizzate, irriconoscibili nella quotidianità e irraggiungibili nei fatti, sia nei difetti che nei pregi. Un romanzo che è una rivincita, quindi, di due uomini maturi, autore e personaggio, che rifiutano in toto la spazzatura retorica con cui, volenti o nolenti, entrambi sono stati allevati. Nazionalismo, mito della guerra, prevaricazione, bla, bla… e bleah. Basta. È tutta merda, permettimi di dirlo. E l’ho detto, appunto, scrivendo questo romanzo.


4) Dovendoti rivolgere a chi ancora non ha avuto modo di leggere Arma Infero: cosa trova un lettore nelle storie che ami raccontare?
Troverà dolore e disincanto lungo un viaggio intimista, intrapreso a passo di carica contro la mancanza di senso della vita, gridando il proprio glorioso hallalì in faccia alla morte. Credi possa bastare?


5) Quali sono gli aspetti più impegnativi nella realizzazione di una saga come Arma Infero?

La pazienza, la costanza. Potrei dire il metodo, la documentazione, la preparazione: tutte scemenze da scuola di scrittura creativa (sic). Mi rivolgo ai miei 5 lettori (pure troppi, se Manzoni presumeva di averne 25): se volete scrivere, cacchio fatelo! Se volete scrivere si presume che sappiate leggere, che vi piaccia scrivere e raccontare, e che abbiate qualcosa da raccontare. Non vi serve altro. Ma se lo fate per fare soldi, o per darvi un tono, o perché pensate sia la via più breve per la notorietà, beh… rispondetevi da soli. Io non aggiungo altro.


6) Parliamo del lavoro di costruzione dell'universo di Arma Infero. Qual è il tuo modus operandi nell'ambito della progettazione dello scenario narrativo? Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca e allo studio preliminare? Hai progettato tutto a monte oppure ci sono aspetti che hai modellato in corso d'opera?

Un abbozzo e poi un passo dietro l’altro. Ti sorprenderei rivelandoti quante e quali cose si sono praticamente scritte da sole, emergendo letteralmente dalle pagine che andavo completando. Quasi fosse il frutto di una specie di subconscio letterario, o bagaglio, senza scomodare Freud. Non ci si può mettere a scrivere fantascienza se non si ha un’infarinata di fantascienza, come di elementi basilari storici, culturali e scientifici, o un fantasy se non si conosce il Signore degli Anelli, il ciclo bretone e le crociate. Come ho detto, devi avere un certo bagaglio culturale, prima di cominciare. Non è che ti svegli la mattina e decidi. Diciamo che tante idee già frullano nella testa, da tempo, forse da anni; e si accumulano, in piccoli appunti, ogni volta che leggi un libro, vedi un film o un documentario. Tanti spunti, tante idee, sempre di più. Tutte nella testa. Fidatevi: prima o poi bisogna farle uscire. Io l’ho fatto, e dopo si sta veramente meglio.


7) Che peso ha la cura stilistica del linguaggio nella lavorazione del romanzo?

Ah, lo stile. Me lo hanno fatto pesare da morire, intendo il mio stile o, meglio ancora, la mia scelta stilistica. Troppo forbito, elaborato. Pensa che qualcuno mi ha accusato di averlo costretto a dover ricorrere al vocabolario, per poter continuare la lettura. Un vocabolario, ti rendi conto? Che razza di criminale devo essere. Ho scelto intenzionalmente la difficoltà comunicativa: periodi lunghi, lunghissimi, nella pura tradizione romanzesca del XIX secolo, soprattutto quella russa; nessun barbarismo, o forestierismo, insomma parole straniere se non proprio indispensabili; e soprattutto nessun turpiloquio, nessuna parolaccia, nessun “fottiti” o “fanculo” made in USA, per intenderci. È il diario in prima persona di un maniscalco di un ipotetico mondo futuristico pseudo-feudale: ci sta se parla ogni tanto come Gassman nell’Armata Brancaleone, giusto?


8) Da dove trai l'ispirazione per la costruzione dei personaggi?

Da tutto e da niente. Dagli stereotipi televisivi, cinematografici e letterari, ovviamente, non avendo conosciuto io, nella realtà, nessun guerriero o alieno o mutante che sia. Ma da quegli stereotipi, solitamente, mi allontano facilmente, dopo aver preso all’amo il mio lettore, pizzicato proprio nella sua comfort zone immaginaria fatta di consolanti luoghi comuni. Ma soprattutto mi piace far evolvere i personaggi, grazie anche al grande arco narrativo concessomi dalle vicende narrate in Arma Infero. Li faccio crescere, cambiare, così come succede nella vita. Perché la vita di ognuno, in fondo, non è altro che un evento. Noi non siamo roccia immutabile, perché anche la roccia, dalla sua concrezione originaria fino all’erosione dell’ultimo granello, non è altro che un evento.


9) Quanto c'è di tuo nei personaggi dei tuoi romanzi? Ci sono personaggi a cui sei particolarmente legato?

Karan è il mio maledetto alter ego. Tanta rabbia, orgoglio, complesso di inferiorità, conflitti interiori e via dicendo. Ma lui è stato fortunato ad avere un proscenio storico dove poter fare la sua parte, o interpretare il suo patetico ruolo, che è lo stesso. Io ho avuto in sorte una poltrona e la tastiera di un PC. Che forse è pure meglio…


10) Raccontaci di altri lavori oltre la saga Arma Infero.

Ho scritto Megalomachia, un racconto steampunk a quattro mani per la Delos, una piccola CE digitale che però è una specie di mostro sacro per la fantascienza nostrana, visti anche i collegamenti che vanta con la Mondadori. Poi Ambrose, un romanzo cyberpunk distopico, per così dire, con cui ho avuto la presunzione di partecipare al premio Urania, anni fa, i cui stringenti limiti di battitura mi hanno costretto a un salutare esercizio di sintesi, per i miei canoni.


11) Da dove trai l'ispirazione per scrivere?

L’ho già detto. Dai grandi classici del ciclo bretone e della fantascienza della Golden Age, autori inarrivabili, quasi dei giganti sulle cui spalle spero un giorno di potermi ergere come piccolo nano… Nooooo! Dai videogiochi, giuro! Dall’industria subculturale commerciale e sincretica per eccellenza: un miscuglio di stereotipi, azione, ironia, colori, suoni, banalità ma anche innovazione e, perché no, anche esperienza umana (simulata). Il cinema ha rivoluzionato il modo di raccontare storie perché faceva vedere e sentire quello che era scritto? Il videogioco è allora sulla strada di far vivere il cinema. Prevedo grandi cose da questa industria. Oppure si rivelerà tutto una bolla e tornerà ad essere un penoso passatempo per secchioni nerd ed emarginati. Non mi interessa, io continuerò a giocarci. E a sognare.


12) Raccontaci della tua esperienza editoriale.

Fortuna, illusione e disillusione. All’inizio già trovare qualcuno che sia disposto a leggere quanto hai scritto è tutto quello che vuoi. Poi però cominci a crederci, a sopravvalutarti. Non parlo di soldi, quelli è bene scordarseli proprio prima di aver trovato un agente, dico un agente vero, che sappia muoversi tra domanda ed offerta dell’asfittico mondo editoriale. Dicevo, ti sopravvaluti, ci credi ancora di più. Scrivi e continui a scrivere. E ti ritrovi dopo anni ancora a fare presentazioni con quattro copie su un banchetto di formica davanti a mamma, papà, tuo zio e qualche amico. E a costringerli a comprati una copia e a umiliarti autografando loro – hai capito bene: autografando a tua madre! – una copia della tua ultima opera. Almeno non ho mai pagato nessun editore per farmi pubblicare, e qualche complimento qua e là l’ho preso. Spero di aver ispirato qualche conoscente con il mio esempio. Io sono certamente destinato a rimanere un autore mediocre e semisconosciuto, ma chissà se un domani, nella biografia di un grande scrittore, non ci sarà scritto che ha trovato il coraggio di intraprendere quella professione perché aveva parlato con me, perché aveva letto un mio libro, perché aveva sentito il mio nome. Mi basterebbe, sai? Scrivere un libro, piantare un albero, fare un figlio. E ispirare il prossimo premio Nobel per la letteratura. Che altro si può volere?


13) Che consigli daresti a uno scrittore o una scrittrice esordiente?

Cambiate idea.
N.B. non chiedete a uno scrittore cosa pensa o quali consigli ha da dare. Nel film Midnight in Paris, Hemingway dice che detesta leggere la narrativa degli altri: se è pessima, la odia in quanto tale; e se è buona, la odia perché è migliore della sua. Non ci sono amici o amiche in questo ambiente, non fino a quando si comincia a ottenere qualcosa. In quel momento ci si accorge che non ci sono amici, ma solo concorrenti. Chi, tra gli autori o sedicenti tali, ti ronza intorno lo fa perché pensa di poter assorbire il tuo “talento” per osmosi, o per entrare per via traverse nel giro. Se invece è un agente, o un editore, lo fa perché ha in mente di spillarti dei soldi. Avete presente il tirocinio di Leo di Caprio in Wolf of Wall Street? A nessuno interessa cosa è bene per te, a loro interessa solo qual è la loro percentuale.


14) Parliamo di Fantascienza in Italia. Personalmente, ritengo che nel nostro Paese, spesso, la Fantascienza letteraria venga ancora considerata dai mezzi di informazione come un genere di “serie B”. Secondo te, esiste la possibilità affinché la situazione possa migliorare, o è un dato di fatto con cui, nostro malgrado, siamo costretti a convivere?

Serie B? Diciamo che il dilettantismo regna sovrano: qui siamo al livello di calcetto aziendale tra scapoli e ammogliati. La fantascienza subisce da noi una dose maggiore della solita piaga nostrana, ovvero l’esterofilia (e non solo nella cultura pop). Pensa che anni fa Urania, e dico Urania, pare che arrivasse a storpiare i nomi dei già pochi autori italiani per farli sembrare stranieri. Che ne pensate? Come suonerei tipo… Fred Paper? Un nome da bestseller, davvero. Credo che sia una questione di target. La fantascienza vende, ma non su libro. Videogiochi (sempre loro), film e serie TV. In libro la sci-fi resta una nicchia per nostalgici e bibliomani, e con la mentalità geriatrica della nicchia va avanti. Fino alla sua estinzione, probabilmente, o alla sua rivoluzione. Ma chi può prevedere una rivoluzione?


15) A cosa stai lavorando attualmente? Ci sono nuovi libri in cantiere?

Ho una trilogia già pronta e, dicendo questo, mi ricollego a quanto detto sull’esperienza editoriale.
È quasi un anno che tento, dico tento, solo di farmi leggere. Soltanto leggere. Un paio di proposte, su cui sorvolo, di cui una mi voleva vincolare con una ridicola clausola di opzione su ogni mia opera futura non si sa per quanti anni, bah! Nemmeno fossi John Grisham… Sto aspettando l’esito di un “concorsone”, su cui, però, non mi faccio molte illusioni. Bah, non so, finirà che mi toccherà rivolgermi anche a me alla Vanity Press… scherzo! Giammai!


16) Grazie per la tua disponibilità per quest’intervista. Chiudiamo con un messaggio rivolto a tutte le persone in ascolto: qual è il modo migliore per restare aggiornati sui tuoi lavori, le tue attività, e per poterti contattare?

Per chiunque fosse interessato, oltre ai predetti 5 cocciuti lettori, mi trovate su FB. Spiacenti, non ho sito. Per la pagina Wikipedia ci stiamo organizzando… ahahah! Grazie a te. Ciao.

Bio-Bibiliografia di Fabio Carta.

Mi chiamo Fabio Carta, sono nato a Roma nel 1975, appassionato di fantascienza ma anche dei classici della letteratura. Dipendente pubblico, sposato con due figli, sono laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico.

Al mio attivo ho la pubblicazione della saga di fantascienza “Arma Infero” con la Inspired Digital Publishing, esordendo con il volume intitolato “Il mastro di forgia” nel 2015, seguito da “I cieli di Muareb” nel 2016, “Il risveglio del Pagan” nel 2018 e l’ultimo romanzo del ciclo, “Delenda Gordia, nel 2019. Ho inoltre scritto un racconto lungo intitolato “Megalomachia” unitamente alla finalista del premio Urania 2016, Emanuela Valentini, pubblicato dalla Delos Digital nel 2016. Sempre nel 2016 ho avuto l’onore di partecipare con diverse, importanti firme della fantascienza italiana, tra cui Dario Tonani, autore di “Naila di Mondo9, all’iniziativa “Penny Steampunk”, da cui è poi nato un volume di racconti fantastico–weird a tema steampunk, a cura di Roberto Cera. Nel 2017 ho pubblicato il romanzo cyberpunk “Ambrose” per i tipi di Scatole Parlanti.

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Arma Infero - Casa Editrice Agenzia Inspired
Ambrose - Scatole Parlanti
Megalomachia - Fantascienza.com
Penny Steampunk - Fantascienza.com
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Lettura di brani da Ambrose (a cura di Luci Legge Caponetto)
Presentazione Arma Infero a cura di Audiolibri Rosanna Lia
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